UBERexit e sharing economy: se condividi competi

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Sono stato a Londra e ho provato Uber. Poi sono tornato in Italia e ho cancellato l’app dallo smartphone.


Si fa un gran parlare di economia della condivisione, la cosiddetta sharing economy, un sistema che consente alle persone di utilizzare beni e servizi come merce di scambio, che preferisce il riuso all’acquisto e che sfrutta la tecnologia per azzerare la distanza geografica.

Le startup e le attività che sfruttano questo modello economico sono sempre più numerose e si diversificano in moltissimi settori industriali. Tra le realtà più famose ci sono Uber, Enjoy, Blablacar per quanto riguarda il settore dei trasporti, Airbnb e TripAdvisor nel settore turistico.

Tutti esempi (chi più chi meno) di business collaudati ed efficienti. Eppure la sharing economy, come tutti i modelli che si rispettano e che hanno fatto la storia dell’economia mondiale, ha i suoi detrattori. Accuse e divieti sono diventati prassi di un sistema che non tollera la competizione in un mercato di libera concorrenza.

Lobby come quella dei tassisti, di fronte alla possibilità di essere balzata in un sistema che non prevede più un monopolio, ha iniziato a scioperare e a protestare contro presunte forme di concorrenza sleale ordite dai nuovi player che affollano il mercato dei servizi di trasporto dei passeggeri e che non hanno bisogno di comprare una licenza per esercitare la professione.

A tal proposito, è bene ricordare i recenti contrasti intercorsi tra Uber e Paesi come Italia e Francia, dove il servizio statunitense è stato bandito. Altri Paesi hanno costretto la società statunitense ad attuare delle policy ad hoc, che incidono negativamente sulla qualità del servizio. Airbnb sta avendo problemi simili, anche se quello che propone non è al momento a rischio di sospensione.

Le accuse mosse nei confronti di startup come Uber derivano anche dal sospetto che quest’ultime usufruiscano di una fiscalità agevolata, derivante dalla possibilità di far fluire i profitti verso territori che offrono condizioni economiche e di anonimato particolarmente vantaggiose. Esistono inchieste governative che supportano queste convinzioni, e non sarò certo io a negarle, così come non fingerò di conoscere tutte le implicazioni legali del caso.

Ciò nonostante, non posso fare a meno di pormi una domanda, che deriva dal dubbio che mi assale quando leggo o ascolto notizie di questo tipo: fino a che punto le leggi possono arrogarsi il diritto di limitare o negare un servizio utile per i cittadini? A volte, pur combattendo cause più o meno giuste che difendono una categoria anziché un’altra, si rischia di accontentare solo quest’ultime e di rendere la vita delle persone più complicata. Una vittoria per i tassisti, una sconfitta per la società.

Non si tratta di populismo spiccio, ma di una constatazione che nasce da un fatto a mio parere inattaccabile:

i consumatori sono al centro di tutto, e in quanto tali devono essere i primi a essere presi in considerazione davanti a una situazione che può cambiare parte del loro modo di vivere.

Tali convinzioni si sono rafforzate ancora di più dopo il mio ultimo viaggio a Londra, durante il quale ho provato Uber per la prima volta. Basta aprire l’app, richiedere una corsa e compare il tempo di arrivo stimato dell’autista, con tanto di notifica quando sta per avvicinarsi; non è necessario dirgli dove andare perché lo ha già letto nella richiesta fatta qualche minuto prima; non c’è scambio di denaro, il pagamento avviene automaticamente; è presente un sistema di feedback che consente ad autista e viaggiatore di commentare l’esperienza appena vissuta, con evidenti vantaggi per la community che sfrutta il servizio.

Ma la cosa che mi ha davvero colpito è la celerità con la quale la vettura si è palesata davanti ai miei occhi. Dopo appena un paio di minuti, l’auto era già lì pronta a riportarmi a casa. Niente male, davvero.

Perché non possiamo usufruire di un servizio del genere in Italia? Se esistono delle normative che in qualche modo ostacolano il suo inquadramento giuridico, perché non possono essere cambiate? La politica, ma anche la storia ci hanno insegnato che le leggi e i trattati possono essere cambiati se c’è la volontà di farlo.

Non me ne vogliano i tassisti, ma il fatto che venga negata alle persone la possibilità di usufruire di servizi così ben strutturati e validi è semplicemente inaccettabile. Si crea un danno che abbassa la qualità della vita degli individui e che aumenta il divario già esistente con i Paesi più inclini a promuovere l’innovazione e a individuare progetti che contribuiscono a migliorare le condizioni della società.

Si dimentica che le decisioni politiche, prima di ogni altra cosa, dovrebbero mirare ad aiutare i consumatori, soprattutto attraverso la competizione, una delle poche forme di interazione che è ancora in grado di lasciare agli individui la facoltà di scegliere se usufruire di un prodotto e/o servizio a discapito di un altro.

La categoria dei tassisti non è e non sarà l’ultima a essere vittima di questo tipo di cambiamento. Tutte le attività prima o poi dovranno confrontarsi (se non l’hanno già fatto) con realtà nuove piene di idee originali che incontrano il gradimento delle persone. In casi del genere sarebbe buona norma provare a rinnovarsi e a cercare degli espedienti per migliorare se stessi ed essere di nuovo competitivi. E invece si protesta o si nega il confronto. La cosa inquietante è che a volte si ottengono anche dei risultati.

Image credits: independent.co.uk

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