VR Storytelling: l’importanza della realtà virtuale quando si racconta una storia

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La realtà virtuale è uno strumento potente. Permette di raccontare le storie in un modo che fino a poco tempo fa sembrava inimmaginabile. 


Quando qualcuno scrive qualcosa a proposito dello storytelling, fa fatica a dire qualcosa di originale. Non si tratta di essere poco creativi, ma di affrontare un tema troppo discusso che orbita vicino a un numero troppo grande di discipline.

Uno scrive un racconto, milioni lo leggono; uno disegna un’opera d’arte, milioni l’ammirano a una mostra; uno compone una melodia, milioni l’ascoltano mentre vanno a lavoro: in tutti i casi si tratta di azioni che permettono a persone che non si conoscono di entrare in contatto in un certo momento, di sviluppare una sorta di empatia che non si cura delle relazioni effettive, ma che si basa sul fatto che una storia è stata veicolata nel modo giusto e ha sviluppato una reazione emotiva unica e insostituibile.

Anche se oggi questa forma di interazione non fa più clamore e sembra ovvia, a me non smette mai di stupire: due perfetti sconosciuti, lontanissimi geograficamente o culturalmente, riescono a influenzarsi attraverso la trasmissione di un messaggio o la condivisione di un avvenimento, solo perché la storia che uno ha raccontato all’altro o che uno dei due ha vissuto è troppo potente per non essere colta.

Ovviamente non possediamo tutti la stessa sensibilità, un racconto potrebbe lasciare indifferente una persona e cambiare la vita di un’altra allo stesso modo: il nostro background ci condiziona emotivamente e serve a pesare il valore di quello che osserviamo, ascoltiamo, leggiamo ecc.

L’esperienza che si sviluppa semplicemente possedendo un oggetto o parlando con una persona è la vera variabile irrazionale che determina il successo di qualsiasi azione o il suo fallimento, anche se si tratta di marketing.

La tecnologia va avanti, e nemmeno lo storytelling può esimersi dal rinnovarsi: in passato era toccato alle lettere finire nel ripostiglio dei mezzi di comunicazione che non servono più; oggi banalmente sarebbe impensabile aspettare mesi per ricevere una risposta a un messaggio. L’esigenza di azzerare i tempi di attesa porta con sé anche il desiderio di ridurre gli spazi esistenti tra le persone, di fare in modo che gli interessati abbiano la possibilità di essere in un luogo nell’esatto momento in cui lo vogliono, anche se si trovano a migliaia di chilometri di distanza.

Non ci basta più ascoltare una canzone e lasciare che ci coinvolga emotivamente. Ora vogliamo che il cantante si trovi nello stesso luogo in cui ascoltiamo il brano, senza essere costretti ad andare a un suo concerto.

E i brand come sfruttano questa necessità di prossimità? Sviluppando una tecnologia in grado di digitalizzare lo spazio fisico di uno shop retail ad esempio, permettendo a una persona residente a Milano di usufruire dell’intera esperienza di acquisto di uno store presente a New York, restando comodamente a casa.

Il racconto di marca smette sempre di più di essere legato al prodotto in sé e diventa un modo per contestualizzarlo in una situazione specifica, nella quale le persone possono immedesimarsi o aver voglia di partecipare.

La virtual reality sembra davvero essere, o perlomeno stare per diventare, lo strumento preferito dai brand per raccontare sé stessi e farsi conoscere. Molti hanno già cominciato a sviluppare video 360 capaci di proiettare le persone all’interno dei loro universi commerciali. McDonald’s, ad esempio, in occasione dell’uscita del film Angry Birds, ha sviluppato un video 360 nel quale è possibile recarsi virtualmente al centro di uno dei suoi fast food in America e assistere ai personaggi del film che interagiscono con le famiglie presenti, ballando con loro e facendo dei selfie.

Ancora, sul sito web with.in (un progetto nato in collaborazione con partner come The New York Times, le Nazioni Unite e artisti come gli U2) è possibile guardare video 360 in grado di catapultarci in maniera molto coinvolgente all’interno di dimensioni alternative o realtà lontane da noi.

Uno di questi video, “Clouds Over Sidra”, prodotto dalle Nazioni Unite, ci permette di unirci a Sidra, una bambina giordana di 12 anni che vive nel campo per rifugiati di Zaatari, in Siria. Attraverso la realtà virtuale, possiamo accompagnarla nel campo e seguirla durante l’evolversi di una giornata qualsiasi.

Il fatto che si possa vivere la storia di qualcun altro come se fosse la nostra segna un punto di svolta per quanto riguarda la fruizione delle storie. Immaginatevi di poter entrare virtualmente nelle pagine di un libro e seguire i protagonisti del romanzo in uno spazio virtuale creato appositamente. Un punto alquanto entusiasmante, oserei dire.

Per definizione, le storie che ci vengono raccontate si trovano sempre all’infuori di noi. Grazie alla realtà virtuale potremmo essere in grado di interiorizzarle e renderle nostre in un modo che fino a poco tempo fa era inimmaginabile. Potremmo essere Sidra e allo stesso tempo essere noi. Come ci comporteremmo allora? Probabilmente saremmo più consapevoli dell’esperienza umana che non ci appartiene e delle cose che ci accadono intorno.

Basta un semplice Google Cardboard da 15€ e uno smartphone per comunicare in una lingua che anela alla comprensione delle vite umane che non ci appartengono culturalmente. Siamo a casa, ma siamo anche lì, noi, adesso.

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