Chi lo ha detto che Instagram Stories segnerà la fine di Snapchat?

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Molti hanno storto il naso quando hanno scoperto che Instagram avrebbe implementato una funzione molto simile a quella che ha reso celebre Snapchat. Ma è davvero un problema?


Quando parliamo di innovazione di rottura, o disruptive innovation, intendiamo un tipo di innovazione che presenta una serie di attributi inizialmente sottostimati che evolvono in maniera imprevedibile invadendo mercati apparentemente saturi (i cosiddetti Red Ocean). La definizione proviene dall’articolo Disruptive Technologies: Catching the Wave pubblicato su Harvard Business Review e scritto dal Prof. Clayton Christensen nel 1995 insieme a Joseph Bower.

Tali innovazioni non prendono in considerazione le funzionalità vigenti del mercato in cui operano, ma provano a ridefinire un prodotto attraverso standard semplificati e più accessibili. Più che di innovazione tecnologica, qui si parla di paradigmi in grado di “spaccare” la società e creare nuovi mercati in punti in cui la maggior parte delle persone non si sognerebbe di colpire.

Pensate a Ryanair che abbatte i costi avvalendosi di aeroporti in città secondarie e introducendo l’uso di piccoli aerei, superando di fatto colossi come Alitalia e British Airways; oppure all’avvento degli schermi LCD in grado di garantire un minore ingombro e una maggiore qualità dell’immagine rispetto ai televisori a tubo catodico.

Quando parliamo di comunicazione invece, facciamo fatica a distinguere fenomeni di disruptive innovation. Ad esempio, quando parliamo di Facebook, stiamo parlando di qualcosa del genere? Siamo di fronte cioè a un’attività che ha apportato cambiamenti così perentori e radicali da rompere gli schemi del mercato esistente e crearne di nuovi?

Io credo di sì, e il motivo risiede anche nell’evidenza di un fatto: oggi usufruiamo di prodotti, i social network, che prima dell’avvento di Facebook erano poco accessibili e funzionali, nonché quasi del tutto sconosciuti. Io stesso probabilmente non avrei saputo rispondere nei primi anni 2000 alla domanda: “Quali social network conosci?”.

Dopo l’ascesa del colosso californiano, l’essenza stessa di tale espressione ha assunto una connotazione tutta nuova, in linea con funzionalità mai viste slegate a sperimentazioni precedenti, semplici da usare e in grado di garantire soluzioni accessibili e poco dispendiose. Insieme ad app come Facebook Messenger e Whatsapp, è riuscita ad avere un impatto travolgente nel mondo delle telecomunicazioni, rendendo quasi obsoleta la classica chiamata al telefono. All’improvviso era possibile cercare e trovare qualcuno visto di sfuggita a una festa conoscendo semplicemente il nome e/o l’università alla quale era iscritto.

Dopo aver innovato, Facebook è riuscita anche a rinnovarsi, introducendo funzioni sempre in linea con i bisogni delle persone (anche se a volte quest’ultime credevano il contrario) e, perché no, acquistando società che in qualche modo avrebbero potuto arricchirla e migliorarla. Oltre alle classiche azioni di compravendita, la società di Zuckerberg non si è fatta scrupoli nel corso degli anni implementando funzioni particolarmente riuscite provenienti da diretti concorrenti, imitandole e facendole proprie.

Il riferimento, neanche troppo velato, non è casuale e allude alla recentissima scelta di Instagram di introdurre la funzione “Storie” all’interno della sua piattaforma, prendendo spunto da quella che potremmo definire come la caratteristica principale che differenzia Snapchat da tutti i suoi competitor.

Introducing Instagram Stories from Instagram on Vimeo.

Così come per il social giallo con il fantasmino, che permette di scambiarsi foto e video della durata massima di 10 secondi che si cancellano al termine della visualizzazione o di condividere foto e video per un periodo di 24 ore (anche se recentemente ha introdotto la possibilità di conservare snap e storie), così in Instagram si potranno pubblicare foto e video temporanei. La funzione, che integra quelle già presenti, consentirà di condividere tutto ciò che si fa durante la giornata in formato slideshow, creando una sequenza identificabile proprio come una storia che si sviluppa in quelle 24 ore.

Escludendo a priori il dibattito di natura etico, l’intera vicenda non mi non mi scandalizza affatto. Zuckerberg non è il primo e non sarà l’ultimo a copiare modelli di business che funzionano. I competitor lo fanno continuamente e le imprese vanno avanti. Uno dei più grandi scopiazzamenti della storia riguarda niente meno che Steve Jobs e Bill Gates.

Si tratta di una legge non scritta della concorrenza, che ci dà la possibilità di scegliere prodotti che performano sempre meglio. Nonostante il principio di condivisione che sfrutta Snapchat sia per certi versi pionieristico nel modo di trasmettere i messaggi, non è detto che debba anche restare l’unico. Guai se lo fosse! È stato il primo, bene, altri avranno l’opportunità di migliorare l’offerta o di personalizzarla, Snapchat stessa avrà l’occasione di arricchire la sua, per non restare schiacciata e provare a controbattere.

Dal punto di vista dell’utente che sfrutta i social, avere forme di competizione così agguerrite è un vantaggio non indifferente, in quanto gli garantisce la certezza che una società, pur di non soccombere sotto il peso di una forza maggiore e dirompente, proverà a rinnovarsi per riacquistare la fetta di persone che hanno scelto di cambiare servizio.  E rinnovandosi probabilmente produrrà una funzione ancora più bella.

Non c’è dubbio che le imprese si migliorino anche così. Chi ha la possibilità di porre le condizioni condiziona il mercato. Probabilmente è un atteggiamento poco simpatico, ma lecito. Facebook, nelle sembianze di Instagram, ha fatto esattamente quello che qualsiasi azienda forte avrebbe fatto al suo posto: ha comprato/copiato (in questo caso copiato) dall’alto della sua posizione un modello vincente e ora va avanti più forte che mai.

Dal nostro canto (il mio di certo) non possiamo che gioire di fronte alla possibilità di utilizzare quello che probabilmente sarà un utilissimo strumento di storytelling. Io non vedo l’ora di provarlo. E voi?

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